Health

Bambini e quarantena: quali effetti ha su di loro questo isolamento prolungato?

30/04/2020

Per i piccoli, sotto i tre anni, l’isolamento potrebbe addirittura essere rafforzativo per il legame con mamma e papà. I bimbi delle scuole, invece, scoprono una nuova socialità attraverso la tecnologia. Più dura, invece, per i bimbi della materna per cui la socialità rappresenta un elemento importantissimo di crescita

Oramai è definitivo, anche se noi mamme – probabilmente – l’avevamo percepito fin da subito: le scuole e gli asili rimarranno chiusi fino a settembre. C’è chi è d’accordo e chi no. Ma questa è la decisione. E i nostri bambini, i primi in effetti ad essere stati chiusi in casa dal Coronavirus, proseguono con la loro quarantena che oramai li costringe tra le quattro mura domestiche da più di due mesi.

I più grandi hanno trovato una piccola via di fuga – se così la si può chiamare – con la didattica a distanza e grazie alla tecnologia che, in qualche modo, ha tenuto viva (seppur in maniera nuova e inusuale) la loro socialità: vocal e videochiamate con gli amici, i nonni, gli zii. Una quarantena più complicata, e diversa, per i più piccolini per i quali la didattica a distanza non funziona. Per loro che, asilo, significa soprattutto, contatto fisico con meastre e compagni, scambio di sguardi, esperienze. Se per la fascia d’età 0-3 anni, questo tempo sospeso in casa con mamma e papà può in effetti essere rafforzativo del legame affettivo, più problematico diventa per la fascia d’età dei bambini della materna.

Ci siamo chieste, da mamme in primis, ma che effetto avrà questo isolamento su di loro? Come stanno elaborando questo momento?  Nasceranno in loro nuove paure o insicurezze?

Abbiamo deciso di rivolgerci a tre esperte del settore, psicologhe e psicoterapeute, collaboratrici del Centro Pedagogico Dimanda di Lissone: Elena Colombo, Samanta Lara Bianchi e Silvia Molteni.

 

L’INTERVISTA

Oltre cinque mesi senza vedere gli amichetti di sempre e senza vedere e parlare con le maestre. Questo ritorno al micro – mondo fatto solo di mamma e papà, che effetto ha sui nostri bambini?

La situazione che stiamo vivendo è oggettivamente una situazione di difficoltà che mette sicuramente i nostri bambini in una situazione non ottimale. In particolare per i bambini dai 3 anni in su che hanno un grande bisogno di socialità, e di mettersi alla prova nel rapporto con gli altri che svolgono la preziosa funzione di rispecchiamento: nelle relazioni iniziano ad accedere al significato dei propri comportamenti ed emozioni.

E’ difficile rispondere a domande come questa, perché ogni famiglia, in questo periodo, sta vivendo una realtà diversa: c’è chi magari ha subito un lutto causa Coronavirus, chi aveva già problemi prima all’interno del nucleo famigliare, chi in questo momento sta affrontando nuove difficoltà magari a livello economico o lavorativo. Insomma, le situazioni sono tante. Se però dovessimo fare un discorso generale, quello che posso dire è che sicuramente questo isolamento, per i bambini piccolissimi sotto i tre anni, può essere addirittura rafforzativo nel rapporto affettivo con mamma e papà. Quello che consiglio ai genitori, quindi, è di prestare la massima attenzione e, per quanto possibile, sfruttare al meglio questo tempo per osservare il proprio bambino perché potrebbe essere una valida occasione per sviluppare ancora meglio il rapporto.

I bambini della primaria possono sfruttare maggiormente i supporti tecnologici e quindi mantenere la loro socialità attraverso messaggi vocali, social network oppure videochiamate. E’ un nuovo modo di rapportarsi che però può essere utile e funzionale in questo periodo, e che può portare ad nuova consapevolezza per il futuro, riguardo alla centralità della presenza fisica degli altri nelle nostre giornate.

I bambini di 3-4-5 anni? Quale effetto ha l isolamento? Esempio: cambio atteggiamento, rabbia, apatia..

Per quanto riguarda la fascia di età 3-4-5 anni, questo forzato isolamento può portare ad alcuni effetti su cui è opportuno riflettere insieme, ad esempio possono verificarsi delle fluttuazioni umorali come improvvisi pianti, momenti di sconforto, o esplosioni di rabbia apparentemente ingiustificate o esagerate. Purtroppo per la fascia della scuola dell’infanzia, le modalità telematiche sono più difficoltose da perseguire oltre che meno comprensibili dai bambini più piccoli di 3-4 anni. È bene fare attenzione ai possibili cambiamenti negli atteggiamenti e nei vissuti emotivi dei propri figli perché di fatto si trovano a gestire le nostre stesse difficoltà ma con differenti strumenti psichici e comportamentali; ad esempio per i più piccoli la differenza tra la presenza fisica e la presenza virtuale è sentita ancora più profonda rispetto alla nostra percezione. D’altro canto non è saggio nemmeno generalizzare, non tutti i bambini metabolizzano nel medesimo modo le stesse esperienze, anche perché spesso hanno risorse che noi adulti presi dalla frenesia dell’organizzazione del tenere tutto insieme perdiamo per strada.

Come possono i genitori colmare questo vuoto? Quali giochi, attività si potrebbero proporre?

Io credo questo: innanzitutto bisogna uscire dall’urgenza del fare. Quello che, in primis, dobbiamo chiederci è se questo vuoto di cui parliamo è un vuoto che sentono i nostri figli oppure è un vuoto che proviamo noi? Sembra una banalità ma è importantissimo ragionare sul cosa è mio e cosa è tuo, perché in situazioni complicate come quella che stiamo vivendo, è facile che si crei questo interscambio di emozioni. Se il genitore prova un senso di disagio, non è detto che lo stesso disagio venga provato anche dal figlio, quindi non bisogna correre il rischio di confondere le emozioni.

Rispetto alla domanda, cosa possono fare i genitori, ribadisco: non bisogna farsi prendere dalla smania del fare. Bisogna sempre un po’ ascoltare e osservare i propri figli: ci sono bambini abituati a stare sempre all’aria aperta, a stare con gli amici altri invece, per loro natura, sono più propensi a stare in casa e a fare attività individuali. La cosa importante è, qualora si decida di fare un’attività con il proprio bambino, bisogna scegliere qualcosa che piace a lui ma che piaccia anche al genitore perché se mamma e papà fanno un’attività controvoglia, il bambino certamente se ne accorge. Lo sente. In questo modo quel tempo non diventa assolutamente costruttivo, anzi, avrà l’effetto contrario. Quando si sta con il proprio bambino, bisogna esserci al cento per cento, dimenticandosi tutto: lavoro, telefono, email.

Questo vale sicuramente per i bambini piccoli che non sono strutturati al restare da soli con sé stessi e quindi cercheranno sempre mamma o papà per fare un’attività insieme.

Esperienza e socialità sono due fattori importantissimi nei primi anni di vita dei nostri bambini, ecco perché la scuola dell’infanzia è così importante nello sviluppo della crescita, fisica ed emotiva, dei nostri figli: ora che è tutto in pausa, come si può evitare che tutto questo venga perso?

In termini evolutivi, la parola perdere non esiste. Nel senso che tutte le competenze che il bambino ha acquisito si incarnano dentro di lui. Può succedere che diventino latenti, come in questo periodo, perché non vengono utilizzate per tanto tempo ma poi, al momento opportuno, ricompaiono. E’ un po’ come il classico esempio dell’andare in bicicletta: possono passare anche dieci anni senza salire su una bici, ma nell’esatto momento in cui lo si fa, bastano dieci minuti al nostro cervello per ricordarsi i meccanismi della pedalata.

Certo, se il bambino magari aveva affrontato l’inserimento al nido, piuttosto che all’asilo, quando a settembre tutto riprenderà, dobbiamo già mettere in conto che dobbiamo fare magari uno o due passi indietro. Ci saranno sicuramente delle piccole regressioni, ce lo dobbiamo aspettare e prepararci ad accoglierle con serenità.

La chiusura delle scuole, e la pausa da tutto il resto (amici, parco, nonni ecc ecc) è avvenuta in maniera improvvisa. Tutto fermo dall’oggi al domani.  Questo può avere delle conseguenze in futuro? I bambini potrebbero elaborare nuove paure o timori?

Faccio una premessa importante. I bambini, soprattutto i più piccoli, assorbono moltissimo dalle emozioni di mamma e papà quindi, spesso, loro vivono emotivamente delle situazioni sulla scia dei loro genitori.  Se in questo periodo noi cerchiamo di controllare le nostre paure, le nostre ansie, lo stesso faranno loro. Questo non significa che dobbiamo reprimere quello che sentiamo, anzi, ma far capire al bambino che le emozioni vengono, si accettano, e poi passano.

E’ difficile rispondere  a questa domanda, perché bisognerebbe affrontare caso per caso. Ci sono bambini che stanno vivendo questo periodo di isolamento in maniera tranquilla, altri che invece hanno perso una persona cara. C’è chi ha una situazione familiare serena e chi no.

Ecco perché è importante la resilienza: ovvero la capacità di ritornare ad una situazione di calma e tranquillità dopo un momento di disequilibrio. Proviamo a ragionare: ogni volta che c’è stato un problema o un ostacolo da superare come ha reagito la famiglia? Questa modo di pensare in un certo senso potrebbe essere una valida armatura per affrontare quel che verrà.

Sicuramente, in tal senso, uno degli aspetti fondamentali è che in famiglia ci sia una comunicazione funzionale. Quindi, per rispondere alla domanda, non è detto che questa situazione nei nostri figli porti a nuovi timori o nuove paure, ma se dovessero esserci lo vedremo solo nel tempo.

 Chiusi in casa con mamma e papà, magari impegnati con lo smart working o comunque di malumore per le varie preoccupazioni  ( o peggio, perché magari questo periodo ha portato via loro una persona cara): tutte emozioni che passivamente vengono assorbite dai bambini: c’è il rischio che si rifugino in una solitudine mal sana? Come si può evitare?

E’ vero che il bambino assorbe molto di tutto quello che accade in famiglia, ma non bisogna dimenticare che comunque, anche se piccolo, rimane un attore attivo e quindi capace di elaborare tutto quello che percepisce.  E’ importante, quindi, non dare per scontato quello che pensiamo che il bambino stia vivendo: tante volte siamo noi adulti che viviamo con malessere determinate situazioni ed è errato dare per scontato che anche i nostri figli provino le stesse identiche emozioni o sensazioni. In questo caso, se i bambini sono grandicelli, è fondamentale chiedere e confrontarsi con loro per capire meglio come stanno vivendo questo momento, capendo insieme a loro cosa provano. Mentre con i bambini più piccoli, che ancora fanno fatica a gestire il linguaggio delle emozioni, dobbiamo mettere in pratica la nostra capacità di osservazione: se notiamo un comportamento diverso o strano (un capriccio, troppa euforia, o apatia) bisogna accogliere il loro stato d’animo e capire che stanno cercando di dirci qualcosa, di esprimerci nel loro modo quello che provano. Ricordiamoci sempre che i bimbi piccoli non sanno riconoscere le emozioni, non sanno dare loro un nome e soprattutto non sanno spiegarsi magari perché si sento arrabbiati, o impauriti. Dobbiamo essere noi pronti a far capire loro che le emozioni arrivano, ma che come arrivano poi se ne vanno.

Per quanto riguarda invece la solitudine, non bisogna pensare che per forza lo star da soli sia una brutta cosa. Anzi, paradossalmente, in questa situazione in cui siamo tutti chiusi a casa, è importantissimo cercare di costruirsi dei piccoli confini ritagliandosi dei propri spazi. Soprattutto nei bambini al di sopra dei tre anni, questi momenti di solitudine possono davvero essere importanti. L’importante è che questi confini siano flessibili, nel senso che ci deve essere sempre la possibilità di poter comunica o entrare per far comunque percepire la nostra presenza, rispettando però il loro bisogno di star da soli, questo eviterà che la solitudine diventi una chiusura in se’ stessi.

Anche in questo caso, dobbiamo mettere in campo le nostre capacità di osservazione: se questo bisogno di continua solitudine si protrae nel tempo ed è caratterizzata da tristezza e apatia allora la dobbiamo considerare come un campanellino d’allarme che ci sta dicendo che qualcosa non va.

Una situazione difficile per tutti i bambini, grandi e piccini. Forse, ancora di più, per coloro che vivono nell’anno di “passaggio”. Penso, ad esempio, ai piccoli che stavano frequentando il primo anno di asilo (e che magari hanno anche avuto difficoltà con l’inserimento) oppure per quelli che invece si stavano apprestando ad affrontare il delicato ingresso nel mondo della scuola primaria. Come affronteranno il cambiamento?

E’ questa una domanda densa di elementi e risulta perciò difficile dare una risposta univoca, occorrerebbe guardare caso per caso. Al di là di ciò, possiamo dire che certamente i cambiamenti ci sono e ce ne saranno ancora, forse mai così tanti in questo periodo come in passato: è una situazione nuova per tutti, per gli adulti come per i bambini. Accettare questo primo dato di realtà ci permette di non farci prendere dall’angoscia che l’interruzione dell’anno scolastico o gli altri eventi che si prospettano all’orizzonte siano tutti necessariamente potenziali agenti di trauma. Tengo a precisare questo punto perché la nostra società puerocentrica tende a guardare al bambino come maggiormente indifeso e vulnerabile di quanto poi effettivamente sia, e a considerare diversi elementi di difficoltà come potenziali traumi indelebili.

È certamente uno strappo che comporta un’esperienza di dispiacere e sofferenza per molti bambini, chi non ha potuto terminare l’ultimo anno della materna salutando maestre e compagni, chi dovrà ripassare da un inserimento ulteriore dopo che il primo era stato forse già di per sé doloroso. Allo stesso tempo però è un’occasione di crescita, per certi versi straordinaria, dove i genitori occupano una posizione assolutamente privilegiata: sono molteplici i mesi che passeranno ancora insieme all’interno di una stretta convivenza, dove gli eventi anche dolorosi per bambini potranno risultare più accettabili se affrontati nella trama della relazione attraverso una funzione genitoriale di contenitore dei contenuti buoni e cattivi, e di trasformatore di questi ultimi in forme maggiormente digeribili.

Prima o poi si ritornerà ad una nuova  normalità, che per le scuole è ancora tutta da definire. Sappiamo bene che i bambini sono bravissimi ad adattarsi alle nuove situazioni, meglio degli adulti sicuramente, ma questa è una situazione davvero particolare: cambierà il modo di interagire, cambierà il modo di rapportarsi fisicamente con gli altri, amici e maestre, forse cambierà anche il modo in cui si vivranno gli ambienti … come sarà, secondo voi, il futuro dei nostri bambini nelle scuole e nelle strutture dell’infanzia? E come dovrebbero prepararli i genitori a queste nuove realtà?

Si sa davvero ancora molto poco sulle modalità con cui si vivranno nel prossimo futuro i diversi ambienti quotidiani, tra cui in primis la scuola per la sua importanza nella vita dei bambini. È quindi difficile fare previsioni accurate, ma una cosa la possiamo affermare: si avvia la fase di convivenza con il virus in cui si dovranno sostenere ancora tante rinunce, prima fra tutte la prossimità fisica con gli altri significativi, amici, nonni, cuginetti, in quanto al di là delle persone con cui si vive è prudente mantenere appunto le famose distanze di sicurezza. Se pensiamo ad un bambino che abbraccia il proprio nonno appare una violenza contenere le manifestazioni affettive, ma forse con una buona ragionevolezza e senza estremi si può provare a spiegare, almeno ai bimbi più grandicelli, il significato protettivo che una certa modalità di relazione ha o non ha in questo momento storico.

Per i genitori si apre una sfida in più: traghettare i propri figli in una dimensione di maggiore attenzione all’igiene, al lavarsi le mani, al tenere la mascherina, all’accorgersi di quelle finezze a cui prima pochi di noi faceva caso. E tutto questo non per una ossessionata paranoia, ma per prendersi cura l’uno dell’altro, permettendo loro di accedere a quella dimensione civica di senso di comunità dove una piccola cosa fatta per me, può tramutarsi in una grande cosa fatta anche per gli altri.

Nella concretezza iniziare a prefigurarsi e a prefigurare loro che a settembre nelle aule di scuola ci saranno delle nuove regole da seguire, delle nuove accortezze da tenere, può essere un graduale lavoro di presa di coscienza e quindi di preparazione al vivere questo cambiamento nel modo meno disarmonico possibile.

Un consiglio? Personalizzare le mascherine, i guanti, con stoffe, colori, accessori, può sembrare banale, ma aiuta a capire che anche le cose che siamo obbligati a fare hanno tanti modi per essere vissute.

 

Melissa Ceccon,

in collaborazione con Elena Colombo, Samanta Lara Bianchi, Silvia Molteni – psicologhe e psicoterapeute del Centro Pedagogico Dimanda di Lissone.

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