Un milione e duecento mila bambini tra i 5 e i 14 anni la fanno ogni notte. I pediatri: serve la diagnosi precoce, genitori attenti

 

24 APRILE 2018

Anche questa notte in Italia due milioni di persone faranno la pipì a letto. Un milione e duecento mila sono bambini e adolescenti tra i 5 e i 14 anni, mentre gli altri 700 mila sono adulti con problemi dimenticati da tutti. Buona parte di questi ultimi non sono stati curati correttamente da piccoli. I dati, particolarmente preoccupanti, sono emersi di recente nel corso di un incontro dedicato alla 'Enuresi notturna nel bambino e l'importanza di contrastarla’. Una iniziativa molto importante e fortemente voluta dalla Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (Sipps) e in collaborazione con l'Associazione di Iniziativa Parlamentare e Legislativa per la Salute e la Prevenzione. Perché il problema della enuresi è molto diffuso, ma se ne parla davvero poco. Ecco perché è giusto affrontarlo.

I NUMERI - Di enuresi notturna soffre il 10-20% di bambini di 5 anni, il 5-10% a 10 anni e il 3% tra i 15 e i 20 anni. La precocità della diagnosi è importante perché una terapia è più efficace se tempestiva. Ma anche perché l'enuresi comporta gravi ripercussioni sull'autostima del bambino e perché la permanenza dell'enuresi è un fattore di rischio di incontinenza in età adulta. "Un dato preoccupante - ha spiegato Maria Laura Chiozza, urologa pediatra del Dipartimento di Pediatria all'Università di Padova - è che da studi recenti risulta che il 60% dei bambini con enuresi non viene sottoposto a visita pediatrica, il che significa che oltre 700 mila non sono presi in carico per il loro problema”. Il presidente della Sipps Giuseppe Di Mauro ha puntato il dito contro i genitori: "Se il problema è ancora sommerso è a causa della loro omertà. I genitori volutamente non parlano con il pediatra, forse perché se ne vergognano o, peggio ancora, ritengono erroneamente che si tratti di un disturbo psicologico. Ma noi pediatri sappiamo che non è affatto così”.

 

 

LA VISITA MEDICA - I pediatri del Sipps hanno quindi sottolineato che la precocità della diagnosi è importante perché una terapia è più efficace se tempestiva e perché la permanenza dell’enuresi è un fattore di rischio di incontinenza in età adulta. Inoltre l’enuresi comporta gravi ripercussioni sull’autostima del bambino. Eppure la diagnosi dell’enuresi non è complessa, spiegano ancora gli esperti. Sono sufficienti pochi strumenti, come il calendario delle notti bagnate/asciutte e il diario minzionale. La diagnosi si basa anzitutto sulla visita medica e l’esame delle urine con l’urinocoltura può essere utile ad escludere un’eventuale infezione, mentre altri accertamenti sono riservati a casi specifici, come l’ecografia, per esempio, che non è indicata in fase iniziale, se non in presenza di disturbi minzionali.

Insomma, la questione è delicata e coinvolge l’intera famiglia. Che cosa fare? Come dobbiamo affrontare la questione? E, soprattutto, come facciamo a capire se si tratta di una patologia? “E’ molto frequente trovarsi di fronte a bambini che si svegliano nel cuore della notte con il pigiama e le lenzuola bagnate - spiega Maura Manca, psicologa e presidente dell’osservatorio nazionale AdoleScienza -.  Tendenzialmente fino ai 3 anni di età, la maggior parte dei bimbi non ha del tutto acquisito la capacità autonoma di controllare gli sfinteri e quindi è molto frequente che facciano la pipì, soprattutto durante il sonno”. Fino ai 5-6 anni, quindi, può ancora considerarsi "normale" che un bambino in alcuni momenti, soprattutto durante la notte, possa fare la pipì a letto senza volerlo. “Dopo questa fascia d'età, però, se non si risolve, inizia ad essere un segnale preoccupante che bisogna approfondire per capire l’origine di questa difficoltà, rivolgendosi ad uno specialista”, consiglia l’esperta.

QUANDO NASCONDONO PROBLEMI PSICOLOGICI - Fare la visita, dunque, è la prima mossa da compiere. Ma il secondo aspetto, non banale, è quello di riuscire a capire quando la pipì a letto diventa un segnale che di fatto nasconde un problema anche psicologico: “Se non ci sono problemi organici, che vanno esclusi con una visita specialistica, fare la pipì a letto può essere anche un indicatore di un disagio che il bambino vive internamente - spiega Manca -. Un segnale con cui comunica ciò che ha dentro, esprimendolo attraverso il corpo perché non riesce a farlo con le parole. Può essere un segnale di un problema soprattutto se il bambino era riuscito a raggiungere già l’autonomia e poi, all’improvviso, ha una regressione, cioè riprende a fare la pipì a letto che non faceva più, oppure quando il problema già esistente peggiora”.

 

 

E’ chiaro che in questo caso non ci riferiamo ad un episodio sporadico, magari legato ad una condizione di salute o ad una situazione specifica, ma ad una condizione più ricorrente. “Bisogna fare molta attenzione a ciò che il bambino sta vivendo, a inserire il sintomo della pipì a letto all’interno del contesto in cui vive e vedere se ci sono anche altri cambiamenti, anche piccoli, per esempio anche nelle sue abitudini quotidiane. Questo tipo di problema, infatti, può essere l’espressione di vissuti che il figlio si porta dentro, di cui non parla, e che non riesce ad elaborare in altro modo. Può essere un segnale di problemi in famiglia, ad esempio conflitti tra i genitori, nascita di un fratellino o sorellina, separazione dei genitori, oppure rappresentare un disagio scolastico, legato ad esempio ad un momento di passaggio da un ciclo scolastico all’altro, a problemi con i compagni (per esempio si viene presi di mira o si subisce bullismo), con le maestre o con i professori”. Infine, attenzione anche ad aspetti estremi della questione: perché la pipì a letto può essere anche il segnale di problemi più gravi, come ad esempio "abusi sessuali e violenze”, conclude l’esperta. "Ovviamente è importante sottolineare che non è detto che se il bambino fa la pipì a letto abbia necessariamente un problema o abbia subìto qualcosa di grave, per questo è importante andare sempre a fondo”.

 

I CONSIGLI PER I GENITORI, PARLA MAURA MANCA, PSICOLOGA E PSICOTERAPEUTA

A cosa devono fare attenzione i genitori?
Fare la pipì a letto può diventare per i bambini un vero e proprio disagio: influisce negativamente sulla loro autostima, provano spesso tanta vergogna e hanno paura di essere giudicati o presi in giro, si sentono in colpa nei confronti dei genitori e hanno paura di non essere compresi. Per i bambini, che iniziano magari ad andare a scuola e hanno più occasioni di dormire in compagnia degli amichetti, continuare a fare la pipì a letto può essere fonte di vergogna, paura e preoccupazione. Si rendono conto di avere un problema, sentono i commenti che fanno i coetanei su chi ha questo problema è tempo o di essere scoperti.

Ma si tratta di bambini più sensibili degli altri?
Solitamente sì, sono bambini molto sensche fanno fatica a gestire le emozioni, ed è molto importante comprendere il loro disagio, comprendere questo stato interno e rinforzarli, mai colpevolizzarli. Bisogna ricordare che questa difficoltà, anche quando il contesto familiare è accogliente, viene sempre interpretata dal bambino come un qualcosa che lo rende diverso, che non si deve fare, che crea un problema ai genitori, per cui bisogna fare sempre attenzione al suo comportamento e agli stati emotivi.

 

 

Come devono reagire i genitori e come si devono relazionare ai figli?
La problematica della pipì a letto, essendo molto difficile da gestire, può innescare in mamma e papà impotenza e frustrazione, fino ad arrivare alla rabbia o addirittura alle punizioni. Tanti genitori mi dicono che non ne possono più di dover pulire costantemente, che le hanno provate tutte e non sanno più cosa inventarsi. Questa sicuramente non è la strada giusta da percorrere, anzi rischia solo di esasperare la situazione. Perché non dipende dalla volontà del figlio, è un problema per lui incontrollabile di cui si fa una colpa. Quindi si devono mettere da parte sgridate e reazioni eccessive come ad esempio facce o gesti di sconforto che possono far pensare al “non ne possiamo più…..” e farlo sentire un peso per la famiglia, soprattutto quando si deve lavare e pulire.

Qual è il suo consiglio?
Cercate di non banalizzare il problema, di non prenderlo in giro o di non dirlo ad altri familiari o ad amici di famiglia o coetanei, perché tutto questo andrebbe solo a peggiorare la situazione e a mortificarlo ancora di più. Al contrario ha bisogno di essere accolto e compreso nella sua difficoltà, deve sentire la presenza dei genitori, si deve rassicurare sul fatto che è un problema a cui c’è una soluzione e che può succedere anche ad altri bambini. I genitori devono essere degli alleati, che affrontano il problema insieme a lui. Non demonizzare il problema e costruire un dialogo lo fa sentire accettato e non “malato” e lo aiuta ad esprimere il più possibile ciò che ha dentro in modo tale che non si tenga tutto dentro.

 

Di Benedetta Sangirardi