E' scientificamente provato che gridare contro i bambini e minacciarli può provocare depressione e basso livello di autostima. Ne parliamo con l'esperta

 

20 OTTOBRE 2017

Urliamo, sgridiamo, alziamo la voce, minacciamo. Il bersaglio sono troppo spesso i bambini, o i nostri figli adolescenti. Non riusciamo a frenare la rabbia, e crediamo che il modo per raggiungere l’obiettivo, quello di farsi ascoltare, sia scagliarci contro di loro. Il risultato? Pressoché nullo. Attenzione, però, perché oltre a non raggiungere l’obiettivo, urlare contro i figli può anche danneggiarli, in modo serio. Diversi studi hanno dimostrato che alzare la voce non solo non è affatto educativo, ma può anche nuocere al cervello dei bambini. Le sgridate, infatti, rendono i piccoli più insicuri, fragili e disobbedienti. Le urla dei genitori favoriscono inoltre comportamenti violenti, producono risentimento e abbassano il livello di autostima dei bambini. Insomma alzare la voce con i figli, lungi dall’ottenere obbedienza, non fa altro che aggravare il problema comportamentale del bambino.

Danni al cervello - Un recente studio realizzato da un team di ricercatori dell’Università di Pittsburgh ha rilevato che urlare frequentemente contro i bambini può danneggiare il loro sviluppo cerebrale, contribuendo a favorire comportamenti devianti o difensivi. La ricerca ha preso in considerazione mille nuclei familiari con bambini di età compresa tra uno e due anni. E’ emerso che i genitori che hanno scelto sistemi educativi "aggressivi" hanno prodotto nei loro figli, una volta raggiunti i 13-14 anni circa, sintomi depressivi e disturbi di natura comportamentale, come atteggiamenti vandalici e antisociali. Si tratta, in altri termini, delle stesse reazioni riscontrabili nei bambini che hanno subìto punizioni corporali.

 

 

Urla e schiaffi - Lo stesso discorso vale dunque per le punizioni fisiche, minacce e quant’altro: tutti metodi educativi controproducenti per la salute psicologica di bambini e degli adolescenti. I dati accumulati nel corso di diversi studi scientifici non lasciano più spazio a dubbi: i bambini che vengono picchiati sviluppano comportamenti aggressivi, mentre gli adolescenti che vengono aggrediti verbalmente o minacciati dai genitori sono a serio rischio depressione. L'ultima ricerca sull'argomento è stata pubblicata sulla rivista Developmental Psychology dai ricercatori dell'Università del Michigan. Intervistando più di 3.200 famiglie statunitensi gli autori hanno smentito una convinzione ancora largamente diffusa. “Comunemente si crede che le punizioni fisiche impartite in una situazione in cui la relazione genitore-figlio è positiva non saranno pericolose per i bambini”, ha spiegato Shawna Lee, primo autore dello studio. Le informazioni fornite dalle madri coinvolte nello studio svelano però che la verità è totalmente opposta. “Le punizioni fisiche – racconta Lee – prevedevano lo sviluppo nel tempo di un comportamento peggiore, e non migliore, da parte del bambino, indipendentemente da quanto le madri fossero affettuose con i loro figli”. Anche altri studi, in realtà, hanno dimostrato che la violenza, sia quella verbale che quella fisica, finiscono sempre con l’alterare la struttura cerebrale del bambino; in particolare è stata rilevata una significativa riduzione delle fibre nervose che collegano l’emisfero destro e quello sinistro del cervello.

Effetto boomerang negli adolescenti - D’altra parte, l'atteggiamento verbale dei genitori ha un'importanza non trascurabile, soprattutto durante l'adolescenza. Uno altro studio pubblicato su Child Abuse & Neglect da un gruppo di ricercatori della State University di Bowling Green (Stati Uniti) ha dimostrato chiaramente il legame tra l'aggressività verbale dei genitori e un maggior rischio di depressione nei loro figli adolescenti. “L'ostilità verbale ha effetti davvero rilevanti – ha spiegato Annette Mahoney, coautrice della ricerca – soprattutto nel caso delle madri che urlano e picchiano e dei padri che fanno una delle due cose”. Ciò che un genitore ottiene con approcci di questo tipo non è altro che un effetto boomerang: la depressione rende i ragazzi ancora più difficili da gestire, fatto che porta facilmente i genitori che scelgono questo tipo di approccio all'educazione ad inveire ulteriormente contro i loro figli.

Sì alle regole, no agli abusi - E’ chiaro, però, che il problema di ogni genitore, di un bambino piccolo o di un adolescente, è sempre lo stesso: educare, farsi ascoltare e far rispettare le regole. Dunque i figli devono essere ripresi se commettono degli errori e devono essere impartite loro delle regole ben precise: non urlare, infatti, non significa assecondarli e lasciarli fare. Ma per educare i figli è tuttavia necessario adottare un approccio diverso; a tal proposito gli esperti suggeriscono che bisogna comunicare con i bambini mettendosi sullo stesso piano, spiegando loro in maniera razionale le preoccupazioni dei genitori e i loro motivi.

 

 

PARLA L’ESPERTO - Valentina Tollardo, psicologa, psicoterapeuta e vice presidente dell’associazione Alice Onlus di Milano

Quali sono gli effetti di alzare la voce scagliandosi contro i bambini più piccoli?
Le urla creano nel bimbo una situazione di allarme e di stress e, se fatte in ambienti pubblici, anche di umiliazione. Molti studi, tra cui quelli pubblicati sulla rivista “Child Development” dai ricercatori della Rochester University, hanno evidenziato una correlazione tra il cortisolo (detto anche ormone dello stress) e le difficoltà nello sviluppo intellettivo ed emotivo. Non dimentichiamo poi il valore educativo: la prima relazione significativa che i bambini instaurano è quella con i genitori, da cui imitano modalità ed atteggiamenti. I bimbi potrebbero in questo modo apprendere “l’urlo” come unica modalità possibile per esprimere la rabbia.

Quali invece le conseguenze quando si tratta di ragazzini più grandi e adolescenti?
Gli adolescenti, rispetto ai bambini, hanno competenze cognitive e relazionali più sofisticate. Urlare, oltre ad essere segnale di perdita di controllo, può essere visto come un segno di debolezza e di difficoltà a sostenere le proprie opinioni. Fondamentale, soprattutto quando la disputa riguarda le regole, il mantenersi credibili e autorevoli. Parte della sfida adolescenziale è la critica e la trasgressione alla regola, per cui i genitori devono prima di tutto mostrarsi forti, che in questo caso fa rima con “calmi”.

Le urla, dunque, davvero influenzano lo sviluppo psicologico?
Come al solito occorre mettere una tara: un urlo, due, dieci possono scappare. I figli spesso ci mettono nelle condizioni di percepire noi stessi come incapaci e inadeguati, insieme alle difficoltà che la vita quotidiana ci mette davanti. Faccio un esempio: dopo una lunga giornata di lavoro ci rendiamo conto che hanno fatto male i compiti e, in più, c’è ancora la cucina da pulire, la doccia da fare e le cose del giorno dopo da preparare. Spesso si arriva stanchi e provati e pretendiamo che i nostri figli almeno facciano il loro dovere. L’urlo può scappare. I genitori non sono perfetti ma la domanda è un’altra: sanno tollerare questa imperfezione? Contro chi urlano, davvero?

Spesso i genitori arrivano ad urlare perché non riescono a trovare un altro canale di comunicazione. Qual è il suo consiglio?
Nelle situazioni in cui la rabbia è al culmine occorre prendere le distanze dalla situazione per darsi il tempo di rielaborala, provando a vederla da un’altra prospettiva. Quello che distingue gli adulti dai bambini e dagli adolescenti è il mettere il pensiero tra l’emozione e l’azione. Può essere anche un “esercizio” molto educativo per i figli.

Capita, poi, che ci si scagli contro bambini e ragazzi perché siamo stressati, stanchi. Come possiamo rimediare a queste perdita di controllo?
La reazione più tipica è proprio il tentativo di rimediare, spesso provando a compensare con modalità affettive. I bambini in questo caso saranno spaesati perché non comprenderanno cosa sia effettivamente accaduto. Capita. Capita di essere arrabbiati e, soprattutto, di non riuscire a contenersi. E’ importante spiegare ai bambini che cosa ci abbia fatto arrabbiare. Capita di non fare bene, l’importante è capire dove si è sbagliato, chiedere scusa e provare a non rifarlo.

 

Benedetta Sangirardi