La svolta è in atto: i padri, in certe famiglie, sono diventati più importanti della mamma

 

1 DICEMBRE 2017

Cambiano i pannolini, fanno il bagnetto, portano i figli a passeggio, li mettono a nanna. Quando sono più grandi se ne occupano con cura, tra sport, divertimenti, intere giornate insieme. I papà non sono più quelli di una volta. Sono i nuovi “mammi”. Per necessità perché separati, per convinzione o indole, perché la donna alla carriera proprio non vuole rinunciare. I motivi sono svariati, ma la svolta è in atto: i papà, in certe famiglie, sono diventati più importanti della mamma.

 

 

PIU’ INTELLIGENTI I BAMBINI CHE STANNO CON I PAPA’ - La famiglia sta cambiando strada, e le mamme non sono le sole ad avere un ruolo fondamentale nella crescita dei figli, soprattutto quando sono molto piccoli. Una recente ricerca ha dato conferma a questa rivoluzione, lanciando la riscossa dei papà. Secondo un’indagine condotta da un gruppo di studiosi collegati a tre grandi istituzioni accademiche britanniche quali Oxford, Imperial College e King’s College di Londra, il coinvolgimento dei padri nella cura dei bambini, sin da piccolissimi, contribuisce al loro sviluppo psicologico e cognitivo. Per arrivare a questa conclusione gli esperti hanno registrato video di 128 padri, di diverso ceto ed età, mentre interagivano, senza l’utilizzo di giochi, con i piccoli di tre mesi e poi mentre leggevano loro dei libri all’età di due anni. La prima constatazione è stata che i bambini che avevano trascorso tempo con un padre coinvolto e partecipe riuscivano a capire meglio il libro e a rispondere, riconoscendo colori e forme in tutte le circostanze, indipendentemente dal fatto che fossero maschi o femmine. Sul fronte opposto, i padri che, mentre avevano a che fare con i piccoli, mostravano un atteggiamento di depressione e insoddisfazione, hanno visto i loro figli raggiungere risultati decisamente inferiori.

IL DIBATTITO  - Ormai sono tanti i padri che si occupano a 360 grandi dei figli. Sono trasversali e, in parte, si vantano di aver cambiato pannolini, di aver assistito al parto, portano i figli a scuola, al parco, li accompagnano in piscina e a fare sport, giocano con loro, li cullano, li addormentano, controllano i compiti o li aiutano a farli. Sono onnipresenti, premurosi, attenti, compiaciuti dei loro figli proprio come le mamme. Alcuni filosofi, sociologi e psicanalisti che hanno analizzato a fondo questo processo di femminilizzazione del ruolo paterno e la sovrapposizione del padre ai compiti tradizionalmente attribuiti alla madre, pensano sia una moda, altri una vera e propria rivoluzione antropologica: Penso che i padri di oggi siano molto più consapevoli e meno deleganti di un tempo - ci spiega Giusy Rosamondo, psicologa e psicoterapeuta -.  Si sentono padri che agiscono e non sono più spettatori passivi, ma responsabili a pieno dei loro figli e della loro educazione. Naturalmente tutto dipende da come in coppia si vive l’arrivo del nuovo nato e di come si ha la capacità di condividere i piaceri e gli oneri di tale condizione. E’ indubbio comunque che anche culturalmente si vada verso una società che sdogana le donne dal ruolo esclusivo di mamme e apre la strada a nuovi modi di vivere la genitorialità”. Ma è sbagliato, secondo l’esperta, pensare ad un fenomeno passeggero, ma anzi legato al nuovo contesto e alla crisi economica che spesso attanaglia le famiglie: “Non penso che sia una moda. Molte volte ci sono situazioni contingenti che spingono verso questa ripartizione di compiti. Il lavoro perde sempre di più la caratteristica di stabilità e catapulta le famiglie, per necessità, verso forme alternative di gestione. La precarietà porta spesso padri a rimanere senza lavoro o a reinventarsi in lavori alternativi all’interno delle mura domestiche. In tal caso, diventa più facile essere a disposizione dei figli. Ma ciò che spesso nasce per necessità, si può rivelare anche un’opportunità per questi padri di scoprire un modo nuovo di vivere la paternità.

 

 

SOCIETA’ SENZA VERI PADRI - La nostra società è invece una società senza padri secondo altri studiosi, e non tanto per la loro assenza fisica (assenza dovuta al lavoro e alle separazioni), quanto per la loro "evaporazione dal punto di vista sociale e culturale che li ha resi marginali e neutrali nel processo educativo”. Ognuno deve riprendersi il suo ruolo - raccomanda Rosamondo -. I padri non devono avere paura di esercitare la loro autorevolezza, perché creeranno un modello nei figli che non è forte e stabile. I figli hanno bisogno di regole per sentirsi sicuri e capire qual è la giusta via, e i padri devono loro indicarla, senza compiacerli e senza timore di deluderli. Spesso si confonde il dialogo con le regole. Non sono in antitesi, ma devono coesistere: un papà che dialoga con i suoi figli è lo stesso che mette dei paletti nel momento in cui crede che sia giusto farlo. I padri devono riappropriarsi di questa autorevolezza per dare sicurezza ai loro figli e diventare quella guida competente di cui hanno bisogno”.

 

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

PAROLA ALL'ESPERTO - GIUSY ROSAMONDO, PSICOLOGA E PSICOTERAPEUTA

Papà “mammi”. Che cosa pensa di questa definizione?


Sicuramente questa definizione nasce dal presupposto che il compito dell’accudimento dei bambini è da sempre relegato al ruolo materno: la mamma educa i figli, sta in casa con loro e li segue nella crescita. Questo è il nostro retaggio culturale che spiega il perché un uomo venga chiamato “mammo” se si occupa dei propri figli. Io penso che sia discriminante, perché sembra precludere ai padri la possibilità di accudire i propri figli, per paura di “femminilizzarsi”. Spesso le mamme affermano che hanno dei mariti che li aiutano nella gestione della prole, ma anche questo è inesatto, perché il padre sta esercitando semplicemente la sua paternità, non aiutando la mamma nel suo compito esclusivo. Non è un aiuto, ma sua responsabilità. Quindi se partiamo da questo presupposto, la parola “mammo” è alquanto inesatta e confondente.

E’ positiva, secondo lei, la femminilizzazione del ruolo paterno? Oppure, come dire, meglio che ognuno abbia il suo compito?


Non si tratta tanto di definire i compiti, quanto di strutturare dei ruoli. Un padre può anche cambiare un pannolino, fare da mangiare, mettere a letto il proprio figlio, ma non deve confondere il suo ruolo con quello della mamma. I figli hanno bisogno di padri e di madri stabili, che sappiano essere lì per loro. Il papà-mammo non funziona, perché un padre non deve essere una cattiva imitazione della mamma, ma i ruoli tra padre e madre devono mantenere comunque le proprie identità, al di là del tempo che si può passare con i figli. La madre ha un ruolo accudente e premuroso, il padre va verso l’esplorazione del mondo e sa osare, cosa che la madre fatica a fare. Ruoli complementari e stabili, pur nella flessibilità di azione, che sappiano modularsi in base alle esigenze dei figli. Quindi un padre che si occupa a tempo pieno dei figli, mentre la moglie lavora, non deve perdere comunque la sua peculiarità di padre. Non è una femminilizzazione, ma semplicemente una ripartizione dei compiti tra genitori che viene fatta non sulla base di un modello precostituito, ma sulle esigenze lavorative o della coppia.

E’ giusta una equa distribuzione dei ruoli in famiglia, in modo tale che anche la mamma abbia i suoi spazi?


Penso che una mamma debba sempre ritagliarsi degli spazi personali, in ogni caso: o che sia una mamma a tempo pieno o che sia una mamma lavoratrice. Uno spazio personale aiuta a ritornare in famiglia più carichi e meno frustrati. Infatti è più piacevole una mamma che si concede uno svago ogni tanto e che ritorna sorridente dai suoi figli e non una mamma che non si stacca mai da loro, per puro spirito di abnegazione, e che poi riversa sui figli il suo scontento.Quindi se la coppia è in grado di ripartire equamente i compiti e di aiutarsi vicendevolmente, lasciando spazi personali per entrambi, tutta la famiglia ne beneficerà.

 

Benedetta Sangirardi